Mazal tov

Mazal tov, di Anna Visciani.
Mazal tov, di Anna Visciani.

Mazal tov, un augurio o forse piangere perché nessuno lo augurerà mai.

Paola è in piedi davanti all’armadio aperto. Osserva compiaciuta la disposizione quasi ossessiva di lenzuola e asciugamani. Vorrebbe poter mettere ordine nella sua vita così come ha appena fatto con la biancheria. Davanti alla libreria mezza vuota quattro pile di libri, ammucchiati come i suoi pensieri. È in un nuovo appartamento, un bilocale luminoso. Cambiare è necessario per costruire un futuro diverso da quello che aveva immaginato con Lorenzo. Il cambio di residenza è un’ottima occasione per gettare via tutto, per fare pulizia liberatoria.

In fondo erano passati solo tre giorni dal suo trasloco. Era rimasto un solo scatolone, ancora sistemato sotto la finestra. Paola prende coraggio e lo spinge in mezzo alla stanza. Dentro ci sono affetti di altre età e di altre vite, voci diventate silenzio, che torneranno a parlarle attraverso quelle cose inutili. Escono fuori frammenti scomposti del suo vissuto dimenticato, da disporre tutto intorno. Ogni oggetto una tessera del mosaico della propria esistenza, ogni tessera un’emozione. Poi un’agenda, forse è proprio ciò che stava cercando: Pagine riempite di giorni.

Mazal tov:

Si tratta di un termine ebraico che rappresenta una sorta di augurio di felicità, come buona fortuna o addirittura delle semplici congratulazioni. Da noi esistono varie formule di augurio, spesso definite a seconda dell’occasione (per esempio viva gli sposi oppure buon compleanno), in ebraico è un termine che nella pratica le riassume tutte e più che una banale semplificazione diviene un vero e proprio complesso di significati. Io, nella mia ignoranza, ho conosciuto questo termine di estrema ricchezza solo di recente, grazie a un film di Spielberg “Munich”, e ora ne apprezzo il valore.

Paola, la protagonista, si trova in un momento difficile della vita, una convivenza con Lorenzo durata abbastanza a lungo e non proprio azzeccata, fino a sfociare nel fallimento. La conosciamo nel momento del trasloco in un nuovo appartamento, quello dei suoi avrebbe generato un coinvolgimento eccessivo dovuto ai ricordi. Nonostante questo i ricordi giungono impetuosi lo stesso, affiorano dall’interno di uno scatolone in cui appare un vecchio diario, dove lei (giovane studentessa universitaria) scriveva i pensieri più intimi.

Ricordi di vita che partono dal 1979, anni ancora di terrorismo, quello rosso con sigle tipo brigate o nucleo oppure colonna, a cui si aggiungevano quelle del terrorismo nero e fascista fatte di avanguardie, ordine o fronte. Anni di vita non sempre spensierata, con il padre condannato alla morte a causa di un tumore e l’incertezza di una prossima età adulta condita con storie di rinunce con Marcello. A questo si aggiunge l’impegno universitario dove le chiedono (e si chiede) perché diventare proprio un medico. Poi David da Tel Aviv, ventottenne non proprio biondo, con un po’ di lentiggini intorno al naso e gli occhi di quel marrone strano che diventa verde alla luce del sole. Un uomo con delle mani che hanno vissuto e quindi mazal tov… o forse rinunce anche qui? Chissà…

Destino e rimpianto

Il libro si sviluppa nella ricostruzione di sé, la quale impegna la protagonista un paio di giorni, distribuiti nel romanzo in tre capitoli. Due giorni in cui riprendono forma i racconti di quel vecchio diario e i ricordi di Paola, i quali spaziano in altri momenti e persone, saltando fra emozioni e incertezze, le stesse che riempiono le nostre vite da sempre. Sullo sfondo troviamo una Milano che ha quasi un aspetto nostalgico, pur essendo un passato recente, dando spazio a quelle caratteristiche che hanno un sapore romantico, capaci di farci dimenticare che si tratta di una città moderna e avanti nello stile attuale. Infatti conosciamo il famoso mercato degli “Oh bej, Oh bej” (un termine dalla traduzione intuibile) o le particolari regole della chiesa ambrosiana che benedice le case a Natale e non a Pasqua come da noi.

Un romanzo delicato e impegnato, che affronta la crescita perché siamo sempre mancanti di esperienza e in qualche modo la dobbiamo fare. Una storia di illusioni, di cui siamo tutti circondati e che spesso traduciamo in modo semplicistico con il termine “destino”; insomma, potrebbe essere la vicenda di chiunque fra noi e per questo ci sentiamo vicini alla protagonista. Un resoconto che opera una ricostruzione, la quale non è un rivisitare bensì un prendere atto, con la constatazione che non bisogna mai ricercare ciò che si è perduto perché la delusione (o il rimpianto) potrebbe essere maggiore.

Anna Visciani è l’autrice di questo romanzo, impostato fra prima persona del diario e terza dei ricordi. Una vicenda che si sviluppa come se fosse una storia vera ma non lo è, oppure il complesso della trama è di fantasia ma alcuni dettagli sono parte delle esperienze vissute in quegli anni. Ci teniamo il dubbio, che non è affatto fondamentale, per dare valore a chi ha ideato il romanzo.

Anna Visciani: moglie e mamma si dichiara in modo semplice, ma sappiamo che è molto di più. Vive a Milano con il marito e tre figli. Ha lasciato il lavoro di neuroradiologo per seguire la figlia primogenita Arianna protagonista del suo toccante precedente libro, che potete rivedere a questo collegamento.

“Ecco perché si chiama “legame” sentimentale… perché ti lega e ti si aggroviglia non al cuore, ma al cervello..”

Massimo Fusai. Segui su Instagram.